Le migliori scarpe indossate da Steph Curry durante la sua Sneaker Free Agency

Steph Curry e la collezione di scarpe indossate durante la sua Sneaker Free Agency: dalle Nike più iconiche, alle Reebok di Shaq, fino alle più recenti Adidas di Harden ed Edwards

12/14/20257 min leggere

La Sneaker Free Agency

L’11 novembre 2025 ha segnato la conclusione ufficiale di un’epoca. Dopo dodici anni di collaborazione continuativa, Stephen Curry e Under Armour hanno annunciato la loro separazione, sancendo la trasformazione del Curry Brand in una realtà completamente indipendente. Questo passaggio ha liberato il più grande tiratore della storia del basket da qualsiasi vincolo contrattuale nel mercato delle calzature sportive.

A trentasette anni, ancora pienamente competitivo dal punto di vista atletico e forte di un palmarès che non ammette paragoni, Curry si è ritrovato in una condizione rarissima: un autentico free agent nel settore delle signature shoes, con il controllo totale del proprio brand personale e la libertà assoluta di scegliere cosa indossare, quando e perché.

Ciò che è seguito nei giorni e nelle settimane successive non è stato il classico e frenetico inseguimento di un ultimo, monumentale contratto di sponsorizzazione. Al contrario, si è trattato di una rotazione attentamente studiata di sneaker, una sequenza coerente di scelte che ha trasformato ogni apparizione ai piedi di Curry in un evento.

Attraverso le scarpe indossate in campo, nel riscaldamento o negli arrivi alle arene, Curry ha suggerito quali brand fossero davvero rilevanti ai suoi occhi e, soprattutto, ha ribadito di non avere alcuna fretta di decidere. Ogni paio rappresentava un messaggio preciso; ogni modello era un tassello di una narrazione più ampia, costruita con lucidità e consapevolezza.

Nike Kobe 6 Protro “Mambacita”

Il 14 novembre 2025, appena un giorno dopo l’annuncio ufficiale della separazione da Under Armour, Stephen Curry si è presentato al riscaldamento pre-partita contro i San Antonio Spurs indossando un paio di Nike Kobe 6 Protro nella colorazione “Mambacita”, la versione dedicata a Gianna Bryant, la figlia di Kobe tragicamente scomparsa nel 2020.

Il gesto era carico di significati sovrapposti. In primo luogo, si trattava di un omaggio autentico e personale. Curry ha spiegato nel post-partita che, finalmente libero di scegliere cosa indossare, aveva voluto rendere tributo a due figure — Kobe e Gigi — che avevano avuto un’importanza profonda nel suo percorso umano e sportivo. Vanessa Bryant, vedova del Black Mamba, ha riconosciuto e apprezzato pubblicamente il gesto, elevandolo da semplice scelta estetica a dichiarazione di rispetto sincero.

Al tempo stesso, la scelta della Kobe 6 “Mambacita” e il tempismo con cui è avvenuta avevano un peso enorme sul piano del mercato globale delle sneaker. Dopo oltre dodici anni senza indossare Nike in una partita ufficiale NBA, Curry tornava improvvisamente in campo con lo Swoosh ai piedi. Il messaggio era chiarissimo: Nike era una possibilità concreta e la conversazione era ufficialmente aperta. Durante la partita, Curry ha poi alternato quella scelta simbolica con le sue signature Curry Brand, chiudendo con quarantanove punti e dimostrando di saper bilanciare perfettamente il tributo esterno con la centralità del proprio marchio personale.

Quella stessa notte, il giornalista Shams Charania ha confermato ciò che molti avevano già intuito: Stephen Curry era entrato ufficialmente nella sua sneaker free agency.

Travis Scott x Air Jordan 1 Low “Mocha”

Uno dei momenti più emblematici dell’intera rotazione di Curry è stato l’utilizzo delle Travis Scott x Air Jordan 1 Low “Mocha”.

La collaborazione tra Travis Scott e Air Jordan è ormai un pilastro della sneaker culture attuale, caratterizzata dallo Swoosh invertito, da materiali premium e da un’aura di esclusività che supera i confini dello sport. Curry mostra quindi un interesse a cavallo tra sport, moda e lifestyle di fascia alta.

Reebok Shaqnosis

Il 18 novembre, in occasione della trasferta a Orlando contro i Magic, Curry è arrivato all’arena indossando uno dei modelli più iconici degli anni Novanta: la Reebok Shaqnosis di Shaquille O’Neal, immediatamente riconoscibile per i suoi cerchi concentrici ipnotici e per l’estetica audace.

La scelta era tutt’altro che casuale. Orlando è la città in cui Shaquille O’Neal ha costruito le fondamenta della propria leggenda NBA, e indossare la sua signature shoe in quella cornice rappresentava un omaggio non solo a Shaq come giocatore, ma a un’intera epoca del basket. Era un periodo caratterizzato da calzature dichiaratamente vistose, da uno stile che faceva della scarpa un manifesto identitario e da una sensibilità estetica molto distante dal minimalismo tecnico contemporaneo. Non a caso, lo stesso O’Neal ha successivamente rivelato che Reebok era effettivamente in contatto con il team di Curry, trasformando quel gesto da nostalgia celebrativa a messaggio strategico di apertura negoziale.

Nike Air Penny 2 “Le Sprite”

Nello stesso riscaldamento in Florida del 18 novembre, Curry ha indossato anche la Nike Air Penny 2 nella colorazione “Le Sprite”. Questo modello era stato la signature shoe di Penny Hardaway durante la sua epoca ai Magic negli anni Novanta, un periodo in cui Nike definiva nuovi standard di creatività nel design delle scarpe da basket.

Indossare una Penny 2 equivaleva a riconoscere quella genealogia di eccellenza progettuale. Era come se Curry stesse dicendo al mercato di apprezzare profondamente la storia della sneaker culture NBA e di volersi collocare consapevolmente all’interno di quella tradizione innovativa. In un contesto attuale spesso dominato da scelte conservative e da ripetizioni rassicuranti, la Penny 2 diventava il simbolo di una sofisticazione storica e culturale non scontata.

Air Jordan 12 “Flu Game” e Air Jordan 14 “Last Shot”

Nel corso della free agency, Curry ha indossato due modelli Air Jordan dal valore storico inestimabile: la Air Jordan 12 “Flu Game” e la Air Jordan 14 “Last Shot”. La prima richiama la resilienza di Michael Jordan nelle Finals del 1997; la seconda rappresenta il tiro che ha definito la sua leggenda nel 1998.

Indossarle consecutivamente era un tributo alla narrativa della grandezza assoluta e un riconoscimento consapevole dell’eredità su cui si fonda il basket moderno.

Nike Sabrina 3

Un momento di grande rilevanza simbolica è stato quando Curry ha scelto di indossare le Nike Sabrina 3, signature shoe di Sabrina Ionescu della WNBA. Non si trattava di una necessità commerciale, ma di una presa di posizione culturale consapevole.

Indossare una scarpa firmata da una donna in un contesto di massima visibilità significava sostenere apertamente il basket femminile in una fase di forte crescita culturale e commerciale. Per Curry, da sempre attento alle tematiche di impatto sociale, questa scelta risultava perfettamente coerente con la propria identità pubblica.

Air Jordan 3 PE “Oregon” – Il simbolo dell’accesso all’élite

Particolarmente rivelatrice è stata la scelta di indossare un Air Jordan 3 Player Exclusive nella colorazione “Oregon”. Si tratta di un modello prodotto in quantità estremamente limitate, riservato quasi esclusivamente ad atleti e staff legati all’Università dell’Oregon, uno dei partner storici più esclusivi di Nike.

Adidas Harden Vol. 10

All’inizio di dicembre, Curry è stato visto indossare le adidas Harden Vol. 10 durante le sessioni di riabilitazione. Scegliere la signature shoe di James Harden, rivale tecnico e contemporaneo, era un gesto di rispetto professionale e di apertura totale verso ogni brand serio.

Il messaggio era chiaro: la decisione finale sarebbe stata guidata dalla visione e dalla qualità del progetto, non da rivalità personali.

CLOT x adidas AE1 Low “Blue Flame”

Nel suo ritorno in campo all’inizio di dicembre, dopo aver superato una contusione al quadricipite, Stephen Curry ha scelto di presentarsi al riscaldamento della partita contro i Minnesota Timberwolves indossando le CLOT x adidas AE1 Low nella colorazione “Blue Flame”. Una scelta solo apparentemente marginale, ma in realtà densa di significati simbolici e strategici.

CLOT, collettivo creativo sino-americano con base a Hong Kong, rappresenta oggi uno dei principali snodi tra il mercato asiatico e il design occidentale contemporaneo, capace di coniugare identità culturale, sperimentazione estetica e ambizioni globali. Le AE1 sono invece la signature shoe di Anthony Edwards, compagno di Curry in Team USA alle Olimpiadi di Parigi 2024, concluse con la conquista dell’oro olimpico.

Indossare le AE1 Low “Blue Flame” proprio nel momento del rientro in campo assumeva quindi il valore di un tributo multilivello: a Edwards come peer contemporaneo e volto della nuova NBA; ad adidas come brand sempre più centrale nella conversazione globale sul design performance; al mercato asiatico come potenziale partner strategico per l’evoluzione futura del Curry Brand; e all’oro olimpico come simbolo della massima competizione internazionale. Allo stesso tempo, era un messaggio chiaro al mercato: Curry era tornato, in salute, competitivo e pienamente disposto a esplorare ogni opzione disponibile.

Adidas AE2

Con Edwards fermo ai box per infortunio nella stessa partita contro Minnesota, Curry ha proseguito la sua esplorazione dell’universo adidas indossando le AE2, ultimo capitolo della signature line di Edwards. Una scelta che non appariva casuale, ma come la naturale prosecuzione di una conversazione già avviata.

Le AE2 rafforzavano un dialogo fondato su rispetto reciproco tra pari, attenzione reale al prodotto e coerenza narrativa. Curry non stava semplicemente “provando” una scarpa: stava dando continuità a un discorso che intrecciava stima professionale, affinità generazionale e valutazione concreta dell’offerta adidas.

PUMA HALI 1 “Hibiscus”

Quando Curry ha indossato le PUMA HALI 1 “Hibiscus”, ha segnalato l’interesse verso un marchio storico impegnato in una nuova fase di rilancio nel basket performance. PUMA, con volti emergenti come LaMelo Ball, rappresentava un’alternativa credibile nel panorama competitivo.

La scelta non era casuale, ma indicava una valutazione reale della visione e del potenziale del brand.

Un messaggio attraverso le scarpe

Dalla rotazione di quasi otto settimane di sneaker free agency emerge un quadro estremamente coerente di comunicazione strategica. Curry non stava cambiando scarpe per capriccio o per semplice ricerca di novità, ma costruendo una narrazione sul proprio valore di mercato, sulle sue priorità come partner ideale e sulla sua profonda comprensione della sneaker culture contemporanea.

In definitiva, Curry ha trasformato ogni scelta di footwear in una pagina di una proposta di valore globale rivolta ai brand internazionali. Non stava negoziando attraverso i canali tradizionali dello sport business, ma comunicando direttamente attraverso le immagini quotidiane di ciò che indossava. Un uso estremamente consapevole della propria visibilità e della propria autonomia.

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